L' "autobiografia"


L’AUTOBIOGRAFIA. Le indicazioni che ci pervengono da tempo dal mondo economico, ma anche dagli studiosi delle Scienze Umanistiche sono chiare: per essere competitivi con altri paesi occorre valorizzare e puntare sulle risorse umane. È conveniente, allora, porre attenzione ai cambiamenti che si presentano nella società contemporanea per proporre nuovi metodi e metodologie rivolte al raggiungimento di apprendimenti significativi per le persone. Sono presupposti necessari alla cosiddetta “creatività”, intesa soprattutto come capacità di “risoluzione di problemi”, che De Masi definisce “ozio creativo”, cioè il tempo e lo spazio per ogni individuo necessario alla riflessività. Ma non basta. E’ opinione diffusa tra i teorici, soprattutto dell’area fenomenologia umanistica (Maslow, Rogers), e degli studiosi dell’apprendimento, considerare nei processi formativi non solo la dimensione cognitiva ma anche quella affettiva/emozionale e quindi, di conseguenza, anche le motivazioni che inducono i soggetti a sottoporsi a momenti formativi per una prospettiva di lavoro ma anche di crescita personale. Il contenuto di questa prospettiva non solo sociale ma anche economica, induce a prendere posizioni serie e concrete da parte delle aziende, della scuola, dell’università circa la necessità di creare ogni opportunità per favorire la crescita della persona. In questo senso assume rilevanza l’autobiografia sia come conoscenza del sé, sia in relazione alla propria professione vissuta, in una prospettiva presente e futura. Nel quadro delle idee esposte può essere interessante, senza alcuna pretesa di esaustività, trovare un particolare riscontro nel contributo di studiosi, che hanno dato riflessioni significative ed impulso alla ricerca pedagogica in autobiografica soprattutto nell’ambito della Educazione degli adulti: 1 Malcolm Knowles – L’autobiografia nella formazione dei Formatori; 2 Duccio Demetrio – L’autobiografia come “cura di sé”; 3 Franco Cambi – L’autobiografia come metodo formativo; 4 Aureliana Alberici – Percorsi biografici nella ricerca e nella formazione. Questa linea di pensiero trova conferma nella posizione espressa da M. KNOWLES, uno dei massimi teorici dell’apprendimento degli adulti, ma anche Formatore degli adulti, che nel libro “La Formazione degli adulti come autobiografia”, racconta della sua scelta inconsapevole di Formatore di adulti e degli sforzi per migliorarsi come insegnante in un processo continuo. L’autobiografia, quindi, come mezzo eccellente per la formazione dei Formatori. Knowles si chiede: “Come possiamo “formare” se non rivisitiamo criticamente la nostra formazione?” Ossia: come possiamo “formare”, comprendere i bisogni, i blocchi e limiti, le attese e le strutture di altri “io”; come facilitare un processo aperto e difficile come quello dell’apprendimento? Come dare strumenti e mezzi per far conseguire la piena autonomia nei campi di sapere proposti, se non abbiamo a nostra volta strutturata, destrutturata e ristrutturata la nostra formazione, fino al raggiungimento di una propria autonomia? Il che vuol dire rivisitare criticamente i processi che ci hanno costituiti per riprogettare la nostra formazione. L’autobiografia è dunque formazione nel senso di sottoporsi ad un processo di apprendimento. Un Formatore secondo Knowles deve essere “un facilitatore di apprendimento” è implicita allora la richiesta di un’impegnativa ricerca su se stesso in un percorso individualizzato ed autonomo per far emergere dinamiche interpersonali, stili di comunicazione, eventuali limiti e blocchi superabili attraverso feedback correttivi in una riflessione autobiografica. Questo percorso formativo e di conoscenza di sé sarà utile anche per riproporlo ai propri corsisti. Questo faciliterà l’impegno del Docente, poiché la conoscenza profonda del soggetto in formazione, da cui partire permetterà di valorizzare il loro “potenziale” per farlo confluire verso nuovi processi di apprendimento. Knowles dice, infatti, che l’adulto vuole affermare la sua “autonomia cognitiva” allorché si sottopone ad un percorso formativo. Fin dall’inizio la sua aspirazione è stabilire insieme al Formatore i tempi, lo spazio, i contenuti, la valutazione della formazione (Apprendimento per contratto). Questo presuppone, da parte del corsista, una precedente ricognizione dei suoi bisogni, delle sue motivazioni, degli obiettivi formativi che vuol conseguire, sia dall’aspetto cognitivo ma anche affettivo/emozionale. In quel momento ripercorrendo e prendendo coscienza della propria professionalità, del lavoro che svolge bene o male, delle proprie aspirazioni di vita, il raccontarsi di sé potrà nel riesaminarsi condurlo alla consapevolezza dei suoi limiti ma anche delle sue possibilità per riprogettarsi. Con D. DEMETRIO è tracciata una linea di ricerca in cui l’autobiografia è un prezioso strumento di “tecnologia del sé” come cura della propria persona, come potenzialità di formazione per gli adulti per raggiungere la consapevolezza della propria “adultità”, intesa come realizzazione della propria autonomia, della predispozione all’ascolto, della accettazione dei cambiamenti inevitabili della vita. D. Demetrio nel suo “Raccontarsi – L’autobiografia come cura di sé” indica, tra l’altro, come realizzare il lavoro autobiografico, come porre operativamente le basi per rilevarne le impalcature salienti. Anche del gioco del Lego le impalcature si reggono sui pezzi solidi che innalzano e danno forma alla struttura mediante gli incastri (i perni, i passanti, viti e dadi, le connessioni già predisposte che attendono l’architetto). Demetrio cita Kundera che afferma che entrambe le componenti dobbiamo andare a scovarle nella memoria, chiedendoci: grazie a che cosa la mia storia di vita si è retta in piedi bene o male, da sola o quasi? Prima di iniziare, quindi, in un gioco di libere associazioni, che può proseguire nei diversi momenti della giornata, D. Demetrio consiglia di scrivere in fretta, per epigrammi della memoria, dove ci capita, dettiamo al registratore, usiamo biglietti usati, fogli di notes, bordi di giornali; poi iniziare a scrivere le pagine dei ricordi (ben ordinate in paragrafi e capitoli). Ad esempio, pagine: · dei personaggi chiave della mia vita · degli oggetti · degli “interni” fondamentali (i luoghi dell’intimità al chiuso: stanze, cortili, vicoli, cunicoli ecc.) · dei “paesaggi” (luoghi “aperti”: campagne, spiagge, ecc.) · delle sensazioni più antiche (gli odori, i suoni, i colori) · delle “scene” (i quadri viventi, i gruppi di famiglia ecc…) · dei compagni di scuola o di gioco · degli amori (persone, animali, giochi ecc.) · delle frasi (aggiunta da me) · ecc. La lista delle pagine poi riordinate può continuare a piacere: un’autobiografia ritrova non solo i contenuti ma inventa i contenitori. Possiamo così proseguire con le pagine dei viaggi, dei dolori, delle conquiste (non solo amorose), delle rinunce, delle prove superate (e fallite), delle richieste d’aiuto, delle cose belle, delle fughe, delle responsabilità assunte, delle trasgressioni, dei sogni (raggiunti o eterni), delle convinzioni, degli ideali ecc. A queste pagine vanno aggiunti i nessi. I nessi sono gli incastri, ciò che permette alle cose di rimettersi in moto e di trovare la loro giusta e plausibile combinazione. Conclusa questa operazione, si dovrebbero incrociare il contenuto delle pagine delle cose (con i loro nomi assegnati a tutto quel che avete trovato dentro di voi) con le età che fino a quel momento si è attraversato. I nessi fanno la loro parte drammatizzando e rivitalizzando le diverse caselle. In questo modo: “Cose” Età Prima Infanzia Oltre Quasi adolescenza Ecc. Oggetti Interni Paesaggi Scene Sensazioni Compagni Amori Ecc. Ancora D. Demetrio afferma che in tal modo l’autobiografia si vivacizza, che la sintassi - l’insieme di connessioni felici ed efficaci che consente il racconto delle cose - inizia a scorrere veloce per giungere alla trama, che comprende il disegno e l’intenzionalità della narrazione, una struttura cioè per tutti quei significati che si sviluppano grazie alla successione cronologica. I dati così organizzati possono assumere la veste del racconto romanzesco (romanzi di formazione, i romanzi di avventura, i romanzi gialli,i romanzi d’amore, romanzi di viaggio ecc.). E’ sufficiente, infine dare all’architettura l’assetto essenziale per ottemperare al primo intento strutturale: Incipit, Ruit Exit. - Incipit (la mia vita ha inizio, dispongo di …) ricordi evidenti di cose (oggetti, volti, rumori ecc.), riflessioni d’apertura, figure che mi hanno aiutato, antefatti, fatti; - Ruit (la mia vita ha avuto un corso e corre attraverso…) educazione ricevuta, la mia famiglia, ambiente di vita d’infanzia, figure adulte,coetanei, giochi,crisi, rotture, scoperte, attese, abbandoni,bilanci, tappe, desideri, apogei,fughe, incontri, amicizie, passioni; - Exit (la mia vita si conclude a questo punto: almeno per ora) risultati raggiunti,risultati non conseguiti, capacità, scopi ulteriori, programmi, ( con l’aggiunta degli eventi riconducibili a tutto quanto contrassegna il nostro ruit dell’ultimissimo periodo). Sempre nella direzione di facilitare la realizzazione della struttura autobiografia, per chi voglia sperimentarsi in tal senso, recentemente D. Demetrio ha pubblicato un divertente libro: “Il gioco della vita – Kit autobiografico”, in cui riprende l’antico “gioco dell’oca” sostituendo le tradizionali immagini nelle caselle numerate con immagini che richiamano alla memoria dei partecipanti: esperienze, emozioni, sensazioni provate in passato ma anche recenti. Ci sono anche circa trenta schede che aiutano a rievocare, ricordare, rimembrare. Con F. CAMBI la pratica autobiografica ha trovato piena cittadinanza in pedagogia come metodo formativo. In questi ultimi decenni l’immagine del sé e dei comportamenti umani hanno subito mutamenti radicali. Nei paesi occidentali i punti di riferimento, diacronici ma anche sincronici negli adulti, non sono più scanditi al raggiungimento di traguardi precisi e puntuali, quali la conclusione del percorso di studi, l’inserimento nel mondo del lavoro, il matrimonio ecc. La famiglia, ad esempio, cambia con il suo caratterizzarsi sempre più in piccoli nuclei il più delle volte in condizione di “single”., ma anche nelle cosiddette famiglie allargate. Il soggetto è sempre più in crisi d’identità e si vede come in “un processo aperto e mai concluso”. Questo aspetto in particolare determina il carattere nuovo dell’essere adulti di apertura a nuove esperienze e alla “ricorsività di formazione”. Queste condizioni da una parte comportano rischi soprattutto d’inconcludenza, ma in positivo anche di una forte attenzione alla propria “soggettività”, che pone l’individuo al centro della vita sociale e dei “processi formativi”, anche di quelli – in modo particolare – attivi in età adulta. L’adulto si struttura, oggi, attraverso l’ascolto di sé, che significa ripensarsi, riesaminarsi, comprendersi, riprogettarsi, aprirsi a. In particolare F. Cambi sottolinea alcuni aspetti fondamentali: “La cultura contemporanea, quindi, oltre al riconoscimento del narcisismo, oltre alla tentazione del soggettivismo, ha dato luogo a una ridefinizione del soggetto, secondo un modello interpretativo che ha posto in atto una serie di processi di auscultazione/rilettura del sé i quali, a loro volta, hanno fatto capo a una serie di tecniche operative. Queste tecniche sono oggi imprescindibili e centrali, in quel territorio della ricerca pedagogica così in crescita ma anche in trasformazione che è “l’educazione degli adulti”. E quindi entra in gioco la nozione, già foucaultiana della “tecnologia del sé”, come strumento prezioso e primario di questo processo formativo. Se la nozione di “tecnologia del sé” circola da tempo nella cultura filosofica e psicologica, assai meno attenzione ha ricevuto da parte della pedagogia che – purtuttavia – è l’area disciplinare più intimamente coinvolta in questo iter di ricerca. Tecnologia del sé sono gli strumenti discorsivi e le pratiche istituzionali (connesse a saperi e poteri) che alimentano e programmano modalità del controllo del soggetto, attraverso processi di interpretazione e attraverso procedure intrasoggettive di carattere intensamente dialettico. La confessione (ad esempio quella cristiana) è una di queste tecnologie, oppure gli esercizi spirituali di origine ellenistica, oppure il setting analitico delle psicoterapie contemporanee. Tra queste tecnologie del sé ve ne sono di importanti dal punto di vista pedagogico, che favoriscono l’autocomprensione dell’io, il suo autocontrollo in senso dinamico, la sua progettazione (proiezione, rinnovamento), tali ad esempio le scritture del sé, le pratiche di analisi clinica, tipo “ clinica della formazione”, le tecniche del dialogo. Tutte tecniche che comprendono il sé, spiazzando l’io come centro/unità/stabilità, riaprendo il processo formativo, conducono all’esame di sé alla riprogettazione, creando un continuum tra interpretazione e comunicazione, in vista, appunto, di un nuovo sé. Tale è anche l’autobiografia. Le “storie di vita” sono una tecnica preziosa nell’educazione degli adulti, poiché implicano proprio una visione dinamica dell’essere adulti, legata a processi, non definita una volta per tutte e per tutti, capace di spostare e rinnovare l’immagine dell’io e il perimetro e la forma del sé. Non è un caso, infatti, che dell’autobiografia vengono occupandosi con convinzione sempre più pedagogisti e gli educatori. L’educazione degli adulti è forse il campo-principe dell’applicazione pedagogica dell’autobiografia, esso non è tuttavia l’esclusivo. In questo ambito è dominante l’uso professionale nelle professioni formative, dove la personalità del formatore (insegnante, educatore, animatore o altro che sia) è direttamente chiamata in gioco con le sue strutture. Su tali usi dell’autobiografia esiste una ricchissima letteratura inglese, tedesca, francese, italiana che va da M.Knowles a P.Alheit, da P.Dominicè a Bertaux, a Demetrio, alla Alberici ed altri.” A. ALBERICI, analizza il pensiero autobiografico lungo due direttrici: nella formazione soprattutto come strumento didattico per futuri formatori di adulti e nella ricerca particolarmente in ambito Universitario con giovani adulti in formazione e con studenti universitari di Scienze della Formazione L’autobiografia nell’Educazione degli Adulti è una tecnologia, osserva A. Alberici, che “a partire dalle esperienze, dai vissuti, da quelle che sono le riserve principali per l’apprendimento nel senso di experiential learning e di apprendimento riflessivo ha assunto una grande rilevanza nella ricerca qualitativa anche in ambito formativo. L’apprendimento nel senso di “experiential learning” ha trovato una quasi naturale congruenza con la possibilità di utilizzare i diversi approcci biografici ed autobiografici, sul piano della ricerca e su quello operativo”. In Francia la pratica delle storie di vita hanno assunto una grande rilevanza nella ricerca qualitativa anche nel settore formativo, come anche in Inghilterra ed in Germania. In tali ambiti l’autobiografia è uno strumento utile per affrontare, ad esempio, la comprensione di problemi complessi quali la motivazione agli studi, le aspettative professionali o i progetti di vita. In Italia nell’Università degli Studi di Roma Tre – Facoltà di Scienze della Formazione, troviamo l’uso di materiali biografici inseriti nell’offerta formativa del Corso di lezioni e nei Laboratori promossi presso la Cattedrali Educazione degli Adulti A. Alberici) in cui i Laboratori sono finalizzati ad: § imparare a praticare la storia di vita e ad utilizzare materiali biografici nella attività di formazione con adulti; § imparare a fare un” bilancio delle competenze” in funzione di un orientamento o riorientamento al lavoro. Molte sono, quindi, le ricerche empiriche sviluppate con l’analisi di storie di vita dei percorsi formativi realizzati per divenire Formatori, Educatori di adulti, in cui le modalità di lavoro autobiografico, le conoscenze e i cambiamenti così sperimentati ed appresi, commentati dagli stessi soggetti in formazione, oltrechè dal ricercatore–formatore, possono divenire, a loro volta, uno strumento professionale a disposizione degli stessi studenti nella loro futura professione di formatori. I contributi di pensiero finora esposti inducono ad una riflessione: le analisi proposte sono interessanti ma poco attuate, anche se negli ultimi anni si fa un importante uso dell’autobiografia come strumento didattico nella Educazione degli Adulti. Ciò potrebbe essere spiegato dalla “svolta epocale” del riconoscimento dell’Educazione permanente avvenuta intorno agli anni ’96 ’97 a livello europeo e nazionale (O.M. del Ministro della Pubblica Istruzione n. 455/97 in cui istituisce i Centri territoriali permanenti (CTP) per l’Educazione degli Adulti. L’autobiografia, infatti, come strumento didattico-pedagogico, è molto utilizzato nelle Associazioni culturali, tra cui le “Università della terza età”, nei CTP. Ma non basta! La sua diffusione è fondamentale in ogni ambito educativo-formativo. Con l’autobiografia, infatti, è possibile raggiungere il tanto auspicato riconoscimento del valore della “persona a tutto tondo”, nella sua completezza, tenendo conto in particolare delle sue motivazioni, dei suoi bisogni, delle sue aspettative. Dobbiamo infatti domandarci soprattutto come Formatori: “Come possiamo “formare” un individuo senza conoscerlo nella sua interezza, offrendogli una comunicazione fredda che riguarda di solito frammenti di sapere?” Quegli stessi “saperi” che potrebbero portare ad esiti di apprendimento migliori, se lo stesso individuo fosse conosciuto nella sua interezza (quali sono state le sue esperienze, le sue potenzialità, la sua autostima, le sue aspirazioni ….). Solo allora si potrà parlare di formazione di qualità. Forse lo strumento dell’autobiografia potrebbe produrre questo “valore aggiunto”, se ben utilizzato in forza della tanto auspicata “didattica personalizzata” che appare ancora lontana nella sua concreta realizzazione. A tutti i livelli educativi formativi, purtroppo ancora ci si limita ad un’erogazione dei contenuti programmati senza verificare neanche se la comunicazione sia avvenuta!